Il fantastico non è un alibi

C’è questa tendenza che si sta diffondendo. L’idea che la scrittura di una storia di genere fantastico consenta all’autore di fare quello che gli pare. Il che è vero, ma solo in parte. Il fantastico non è la giustificazione a tutto e, anzi, è riduttivo e svilente ricondurre ogni scelta dell’autore all’appartenenza a questo macro-genere letterario. Il fantastico non è un alibi per le carenze dell’autore. Mi spiego meglio.

Se abbiamo a che fare con una storia di questo tipo, le possibilità che mi vengono in mente sono due: o l’ambientazione è di pura fantasia, un mondo inventato di sana pianta dall’autore e popolato dalle sue creature e governato dalle sue leggi, oppure si tratta del nostro mondo, lo stesso in cui viviamo tutti noi, ma con l’inserimento qua e là, in maniera marcata o velata, di elementi soprannaturali, fantasy. In entrambi i casi, il fatto di manipolare materiale fantastico non può essere una scusante per non impegnarsi adeguatamente nella costruzione dell’ambientazione, per non sobbarcarsi il carico di lavoro che il mestiere della scrittura richiede.

Nel primo caso, è vero che l’autore può lasciare senza freni la sua immaginazione e costruire il mondo più spettacolare e strabiliante che gli venga in mente, ma deve anche fornire al lettore tutti gli strumenti per non sentirsi spaesato in quei luoghi così sconosciuti. Oltre alle descrizioni, che devono essere capaci di catapultarlo all’interno delle scene, al lettore va fornita una bussola. Deve entrare in possesso di tutti gli elementi utili a conoscere quel mondo, a capirne i meccanismi, a percepirne la vitalità. Non ci devono, quindi, essere incongruenze, contraddizioni, contrasti tra le informazioni fornite in un capitolo e quelle deducibili nel successivo. Occorre un massiccio lavoro di costruzione dell’ambientazione e una discreta abilità nel far filtrare tutte le notizie al lettore senza perdersi in un blocchi di testo pesanti e dal vago sapore enciclopedico. Non è un lavoro facile, ne converrete. Scrivere una storia di genere fantastico in un mondo del tutto inventato può sembrare all’apparenza semplice, basta inventarsi qualunque cosa, non c’è bisogno di lavorarci sopra più di tanto. Be’, mica vero.

il-fantastico-non-è-un-alibi2Nel secondo caso, i problemi si fanno più critici. L’inserimento di elementi fantastici all’interno di un’ambientazione reale, come la nostra, non può diventare la scusa con cui giustificare qualunque carenza l’autore abbia avuto in fase di documentazione. Se l’autore sbaglia qualcosa a livello geografico, sociale, politico, il fatto che la storia sia un fantasy non giustifica gli errori. Al di là dei casi in cui la manipolazione del tessuto reale è parte integrante della storia e del genere – come può essere il caso dell’ucronia o della distopia – qualunque altra modifica al nostro mondo va giustificata, se davvero necessaria, o altrimenti si incappa nell’errore, aggravato dalla mancanza di quell’umiltà necessaria a ogni autore. Mancanza di umiltà che si riflette nell’ormai dilagante idea secondo cui se la storia è di genere fantastico allora non merita tutto quel lavoro di documentazione, controllo, informazione che precede la stesura. Se è fantastico, tutto è possibile. Be’, mica vero.

Se è fantastico, non c’è nessun sconto di fatica, lavoro, professionalità. Se è fantastico, il lettore ha comunque diritto a leggere una storia coerente, compiuta, capace di fargli capire ogni dettaglio. Ha diritto a una storia che non contenga inesattezze riguardanti l’ambientazione. Ha diritto a una storia scritta e presentata bene, frutto di un lavoro serio, non dell’impulsività e della superficialità.

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4 pensieri su “Il fantastico non è un alibi

  1. Il fantastico più che documentarsi su una ambientazione richiede di costruirla. Avendo cura che stia in piedi, ovviamente.
    Non è detto che sia piùà facile che documentarsi, o meno faticoso.
    Quanto al documentare il lettore, ci sono anche scrittori che si divertono a centellinare l’informazione e a scrivere in maniera enigmatica come se il lettore sapesse già tutto (Erikson, Wolfe…). Però dietro il lavoro c’è, ovviamente, anche se al lettore ne viene solo mostrata una parte.

    • Be’, dipende. La costruzione dell’ambientazione è sicuramente richiesta, ma anche la documentazione, se la base da cui si parte è il nostro mondo.
      Non è che posso ambientare una storia di stregoni e maghi a Firenze e poi dire al lettore che quella città è la capitale dell’Italia. Esempio stupido, ovviamente, ma spero renda il senso: se mi riferisco a qualche elemento dell’ambientazione base che coincide con la nostra, devo comunque dare informazioni corrette. 🙂

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